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Aggiornamenti da Bosco delle Vigne

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Aggiornamenti da Bosco delle Vigne

 

Nel cuore dei Colli Berici, ad Arcugnano, abbiamo avviato un progetto di agroforestazione. Tra vigne, siepi e vecchi sentieri, stiamo unendo tecniche tradizionali e moderne. A Bosco delle Vigne, l’obiettivo è recuperare la vite maritata, un’antica pratica agricola, per trasformarla in uno strumento di riforestazione innovativo.

Aprile 2025 – Come cresce Bosco delle Vigne

 

A distanza di due anni dalla messa a dimora delle prime piante a Bosco delle Vigne, osserviamo che stanno crescendo rigogliose. Nel video, si può osservare un prugnolo che ha già superato l’altezza dell’erba e consente alla vite di arrampicarsi sui suoi rami. 

Novembre 2023 – I primi aggiornamenti da Bosco delle Vigne

Ad Aprile 2023 abbiamo piantati i primi alberi a Bosco delle Vigne. A distanza di 7 mesi, verifichiamo come stanno crescendo gli alberi adottati da aziende e cittadini. Come si vede dal video, le piante sono in ottima salute e hanno superato brillantemente la stagione estiva grazie anche alle piogge abbondanti. In autunno, le  piante stanno entrano in riposo vegetativo, ovvero nella stagione di dormienza autunno-invernale, durante la quale le foglie diventano gialle, per poi cadere e riprendersi in primavera. Nel frattempo, tutte le piantine hanno approfondito il loro apparato radicale questo le rende molto ancorate al terreno e ben solide in grado di sopportare poi gli eventuali stress idrici che verranno nella prossima stagione estiva.

Cos’è la vite maritata: una tecnica agricola dal passato al futuro

In mezzo ai Colli Berici, WOWnature ha scelto di riscoprire una pratica colturale tradizionale: la vite maritata. Questa tecnica prevede la messa a dimora della vite accanto a un albero dal portamento più alto, che funge da sostegno naturale per la sua crescita.

Diversamente dai moderni vigneti sostenuti da pali artificiali, qui la vite si arrampica su specie arboree autoctone, come il prugnolo, creando un “matrimonio” vegetale che valorizza l’interazione tra le piante. 

Storia della vita maritata o piantata padana

 

Alcuni decenni fa non esistevano i vigneti come li conosciamo oggi: la vite faceva parte di un “sistema eterogeneo” nel quale l’uva non era l’unico frutto coltivato e raccolto. Passato alla storia con il nome di “piantata padana” questo sistema si concretizzava con la collocazione, ai bordi del terreno destinato alla coltivazione di cereali, di viti che venivano “maritate” con alberi come l’olmo, l’acero campestre, il salice, il pioppo, il gelso ma anche a qualche albero da frutto, come il ciliegio o il pero. La piantata padana è praticamente scomparsa dai paesaggi della pianura padana ma questo sistema ha una storia antichissima.

 

Il museo etnografico di Stanghella custodisce un documento di inestimabile valore che racconta la storia della Bassa Padovana: è la “Mappa del Retratto del Gorzon”. Si tratta di un’imponente mappa catastale realizzata nel Cinquecento su incarico della Serenissima Repubblica di Venezia, ancora oggi perfettamente conservata, che “fotografa” il territorio da Montagnana ad Anguillara Veneta prima della bonifica veneziana del ‘500 e descrive in maniera dettagliata le varie colture, i vasti laghi, le paludi, i villaggi che formavano parte del territorio della Pianura Padana.

 

La grande “Carta del Gorzon”, nonostante i suoi quattrocento anni di età, rappresenta in maniera precisa l’idrografia e l’uso del suolo a quel tempo; quando non era occupato dall’acqua il terreno era destinato in gran parte alla viticultura, coprendo quasi il 30% dell’intero territorio allora disponibile ovvero quasi quattro volte la terra destinata alle colture di cereali. Considerate questo: oggi, nella stessa area presa in considerazione dalla carta, la superficie destinata alla viticoltura rappresenta solo lo 0,81%.

 

Ma le origini della vite maritata risalgono a più di 3.000 anni fa, al tempo degli Etruschiche coltivavano le viti come le vedevano crescere spontaneamente nei boschi. La vite è un arbusto rampicante, una specie di “liana” ed un bosco, il suo ambiente naturale alle nostre latitudini, tende ad arrampicarsi su un albero per raggiungere il più possibile la luce. Non è però una specie parassita: la vite non interferisce con l’albero su cui s’aggrappa. Troviamo testimonianze della piantata padana anche in epoche successive: dall’Impero Romano, passando per il Medioevo e fino ai giorni nostri. Testimonianze che troviamo in numerosi manufatti artistici e dipinti di ogni epoca e di varie correnti artistiche.

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Gli alberi “maritati” con la vite

Gli alberi maritati alle viti maggiormente utilizzati potevano appartenere alle specie dolci, come a quelle così dette forti. Il primo gruppo comprendeva piante di rapido accrescimento, adatte a terreni freschi, come il salgàro (salice bianco) e àlbare e pògolo (pioppi). Il salice, se da una parte sviluppava poche radici, dall’altra tendeva a formare una chioma piuttosto ampia, che tuttavia bisognava contenere mediante la capitozzatura; inoltre, si riteneva che comunicasse all’uva anche un gusto spiacevole, chiamato “da salgarìn”.

Alle essenze forti appartenevano l’olmol’òpiol’orno o altàn (orniello). Gruppo a parte facevano il moràro o morèr (gelso), soprattutto quello bianco, e la nogàra o noghèra (noce), essendo questi alberi da frutto. Come possibili ‘mariti’ si presentavano, sia pure raramente a differenza della collina in cui erano frequenti, anche altri alberi da frutto, come l’amolàro (pruno domestico), la sarezàra (ciliegio dolce) e marinelàra (ciliegio aspro) e pochi altri.

 

L’arrivo dell’agricoltura “moderna” e la scomparsa della vite maritata: deforestazione e bonifica

Le opere di deforestazione e bonifica attuate dal XII secolo in poi fecero lentamente sparire quasi del tutto il sistema della vite maritata che rimase comunque utilizzato fino all’epoca recente. Alcuni accusarono la malattia dell’olmo per spiegare le cause della scomparsa della “piantata”; in realtà, l’inserimento delle macchine agricole sempre più moderne è il vero motivo del declino di questa coltura. La necessità di lavorare il terreno con macchine sempre più grosse e potenti portò ad eliminare gli “ostacoli” costituiti dagli alberi maritati con la vite, mentre il sempre più esteso utilizzo di mangimi artificiali vanificò le produzioni di foglie ed erbe che essenziali per l’allevamento degli animali. Macchine agricole e trattori hanno dunque iniziato a modificare il nostro paesaggio che conobbe una radicale trasformazione; nella bassa padovana è ancora possibile imbattersi in qualche esempio di “piantata padana”: poche testimonianze che dovrebbero essere considerate alla stessa stregua di un’opera d’arte, un monumento a quella abilità artigiana contadina che sapeva utilizzare sistemi razionali per l’utilizzo del suolo e delle colture.

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