Rivoluzione ecologica e desertificazione: alla ricerca del sogno di Thomas Sankara

Il Burkina Faso è tra i pochi paesi al mondo in cui si concentrano tutte le possibili calamità naturali di cui il genere umano può soffrire. E’ dal 1973 che i  burkinabé vedono la loro terra deteriorarsi, gli alberi morire ed il deserto invaderli: questa è una storia di speranza e, in una certa misura, di giustizia.
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L’anno scorso il World Food Programme (Wfp/Pam) ha lanciato un preoccupante allarme sul peggioramento della crisi umanitaria in atto nei paesi della fascia saheliana, in particolare nel Burkina Faso. Le cause principali, sottolinea l’agenzia Onu, sono «la violenza diffusa e l’impatto a lungo termine del cambiamento climatico». La situazione è talmente grave che i livelli crescenti di insicurezza hanno portato alla chiusura delle scuole e all’abbandono dei campi da parte degli agricoltori, fuggiti in cerca di salvezza, in un Paese dove quattro persone su cinque contano sull’agricoltura per i propri mezzi di sostentamento.

Che fine ha fatto, quindi, il sogno di Thomas Sankarà, l’orgoglio di tutti i burkinabé, padre di quella rivoluzione culturale chiamata “rivoluzione ecologica africana”? All’inizio degli anni ’80 il Burkina Faso rischiava la progressiva desertificazione che avrebbe ulteriormente aggravato il quadro agro-alimentare, segnato da carestie ricorrenti e miseria endemica. 

Qualche decennio prima, il famoso agronomo francese René Dumont dichiarava che I governi a sud del Sahara stanno sbagliando tutto: l’agricoltura è all’ultimo posto nelle loro preoccupazioni, mentre dovrebbe essere al primo. Oggi producono cibo a sufficienza e ne esportano, ma continuando a privilegiare le città rispetto alle campagne ben presto non potranno più nutrire i loro popoli“.

In solo 4 anni, dal 1983 al 1987, la rivoluzione ecologica di Thomas Sankara introdusse profonde riforme che trasformarono il volto del Burkina Faso: in campo ambientale, con l’aiuto dello stesso Dumont, fu intrapresa una lotta serrata alla desertificazione, piantando alberi e limitando l’allevamento, che impoveriva suoli ormai al limite. Autosufficienza alimentare, sviluppo delle campagne e politiche protezionistiche su alcune materie prime furono poste alla base dell’ecologismo di Sankara che, molto spesso, rifiutava la ricette pronte del Fondo Monetario Internazionale (FMI): il pane, ad esempio, era fatto con il miglio e non con il mais perché quest’ultimo doveva essere importato ed avrebbe contribuito ad impoverire il paese.

Thomas Sankarà, come tutti i rivoluzionari, era anche un’idealista: capitava di vederlo con il vestito tradizionale burkinabé verde, girare in bicicletta per la città o partecipare all’ora di ginnastica collettiva del giovedì pomeriggio. Obbligò i ministri a vendere le auto ministeriali per spostarsi in bicicletta o in piccole utilitarie: in soli 4 anni Sankarà rese visibile a tutto il mondo che era possibile una “via africana allo sviluppo”, capace di eliminare sia la povertà sia la dipendenza dall’Occidente.
Forse per questo motivo il 15 ottobre del 1987 venne assassinato con un colpo di stato organizzato da alcuni ufficiali dell’esercito, tutti vecchi amici del presidente, tra cui Blaise Compaoré, un tempo compagno di lotta di Sankara, oggi presidente del Burkina Faso.

Decenni dopo la morte di Thomas Sankarà rimane ancora traccia delle lotte e dell’impegno ecologico del Burkina Faso: una popolazione più che raddoppiata, da 9 a 19 milioni di persone; tecniche di coltivazione talmente avanzate tanto che, ad esempio, il Burkina Faso è stato il primo paese africano a coltivare il cotone solo con metodi agroecologici. Viene coltivato e lavorato anche il karité da cui viene estratto il famosissimo burro di karitéun cosmetico molto conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.

Di Thomas Sankarà rimangono anche tante testimonianze trascritte di discorsi alla nazione che hanno contribuito a svegliare e risvegliare coscienze oramai sopite. Riportiamo qui un breve stralcio di un famoso discorso pronunciato il 4 agosto 1983:

«Qui non sono altro che l’umile portavoce di un popolo che rifiuta di guardarsi morire per aver assistito passivamente alla morte del proprio ambiente naturale. Dal 4 agosto 1983, l’acqua, gli alberi e la vita dell’ambiente sono ritenuti fondamentali e sacri; da circa tre anni il popolo del mio paese combatte la sua guerra contro la desertificazione.
Da circa tre anni in Burkina Faso ogni avvenimento felice viene celebrato piantando alberi. Vorrei farvi partecipi della nascita e dello sviluppo di un amore profondo e sincero tra i burkinabé e gli alberi nella mia patria.
Ci sembra in tal modo di applicare i nostri concetti teorici agli specifici modi e mezzi della realtà saheliana, nella ricerca di soluzioni ai pericoli presenti e futuri che aggrediscono gli alberi in tutto il mondo. Vogliamo affermare che la lotta contro l’avanzata del deserto è una lotta per la ricerca di un equilibrio fra esseri umani, natura e società.
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